Costruire una sinistra efficace

E’ urgente, indifferibile costruire una efficace sinistra, ben radicata nel processo costituente del partito democratico, ma aperta al dialogo con quella consistente parte della società che non ha trovato rappresentanza nell’istituzione parlamentare o che ha rotto i ponti con la stessa attività politica.

I recenti, amari risultati elettorali hanno messo in luce, tra l’altro, l’assenza o il forte indebolimento della presenza nelle aree territoriali e sociali di maggiore disagio: del Pd ma, più in generale, dell’insieme delle forze dell’ex centrosinistra, visto il risultato di Roma. E’ indispensabile, quindi, ragionare con serietà e pacatezza, fuori dal battage contingente o dalle polemiche superflue, sui tanti perché della sconfitta e sulle caratteristiche forse inedite che assume oggi la soggettività di sinistra. E questo andrà fatto senza improvvisazioni o scorciatoie, scartando ogni tentazione di racchiudere la discussione in un gruppo chiuso o tra pochi. Al contrario, ora più che mai è importante tornare al dialogo fitto con quell’universo diffuso che elesse Walter Veltroni segretario del Pd.

Tuttavia, non si possono eludere due dati, che vengono prima di ogni altra considerazione: c’è bisogno di un effettivo radicamento sul territorio ed è doveroso uscire dalla prima fase della vita del Pd, anche per forza di cose – forse - troppo informale. Si tratta di costruire un partito vero, che sappia leggere i segni, le tracce della realtà, la ‘biopolitica’, la politica del vissuto quotidiano, a cominciare dai mutamenti profondi intervenuti nella città diffusa, quella sorta dalle conurbazioni dei decenni più recenti, veri e propri ‘non luoghi’: senza momenti di socializzazione e riunificati dal (perennemente sottovalutato) flusso continuato di certa brutta televisione ‘generalista’. La lontananza dal ‘centro’ diventa individualismo alienato (il sale di tanti programmi della tv) e il lavoro occasionale e precario una sconvolgente dimensione esistenziale.

Ecco. Per tutto questo serve una sinistra che, scommettendo sulla capacità espansiva del contenitore più vasto in cui si colloca, si cimenti nel compito assai difficile ma fondamentale di contribuire a costruire l’intelligenza collettiva di una sinistra plurale. Il partito democratico non è certo autosufficiente ed è importante costruire un sistema di alleanze. Ne hanno parlato Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, con sottolineature utili. Il tema, però, è il dialogo con la sinistra, prima di porsi la questione del ‘centro’, dal quale –stando agli studi sui flussi- elettoralmente ben poco è arrivato. Ed è opportuna la considerazione sul partito federale, da intendere non tanto (e non solo) come articolazione geografica flessibile, quanto come aggregazione ‘ontologicamente’ plurale.

Qui sta la sfida di una Associazione della sinistra (tendenzialmente una effettiva Fondazione) che, sulla scorta della felice esperienza maturata alle primarie dello scorso ottobre dalle liste ‘A Sinistra per Veltroni’ si trasformi in una struttura stabile, in un laboratorio di cultura politica, che provi a immettere contenuti e pratiche di una sinistra moderna nella costituente del Pd, il cui congresso potrà –augurabilmente- sancire che si costruisce una forma di partito diversa da quella delle organizzazioni del novecento. Già oggi si è aperto un confronto assai felice con l’area di compagne e compagni che si è chiamata ‘La sinistra per il paese’, che ha tenuto nei giorni scorsi un incontro pubblico introdotto da Famiano Crucianelli e concluso da Paolo Nerozzi. Verso un partito diverso: una rete fitta di circoli territoriali, forum tematici, associazioni e fondazioni. In cui il pluralismo non è garantito dalla logica delle correnti, bensì dallo stesso atto fondativo, centrato sulla pluralità delle culture. Una sinistra piantata nel Pd, ma che partecipi alla ricostruzione di una nuova sinistra. Anch’essa plurale. E inedita.