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| Il voto di aprile lascerà i suoi segni
E’ successo qualcosa di più grande e clamoroso rispetto a quanto si supponesse. Il voto di aprile lascerà i suoi segni, le sue tracce. A lungo.
E’ indubbio che il Partito democratico, alla sua prima prova elettorale, abbia avuto un risultato ragguardevole. Tuttavia, il contesto è assai inquietante e grave. A causa del risultato tanto consistente della destra e della concomitante uscita dalle aule parlamentari della Sinistra Arcobaleno, la cui riflessione merita in ogni caso massima attenzione. Anzi, i due aspetti vanno letti insieme, perché solo così si può evitare una discussione per lo meno limitata e parziale sulla “concorrenza” tra Pd e Sa. Va chiarito subito, al riguardo, che le invettive servono a poco e non aiutano a comprendere l’entità e il tenore delle sconfitte. E’, per esempio, del tutto contraddittorio evocare il “cannibalismo” del Pd e nel contempo stigmatizzarne la (presunta) vocazione “neocentrista”. Delle due l’una: o il Pd è un raggruppamento moderato e quindi lascia apertissimo lo spazio alla sua sinistra; ovvero è una moderna forma della sinistra e per questo raccoglie consensi anche lì. Non c’è polemica in simili amare considerazioni, bensì un doveroso richiamo alla realtà, che non va mai elusa o rimossa. Ma partiamo dal tentativo di comprendere almeno qualcuna delle cause della tenuta e del successo delle destre.
Innanzitutto, è bene lasciarci alle spalle le categorie analitiche del secolo passato, quelle cui per troppo tempo ci siamo aggrappati, alibi per non vedere, guardare la verità delle cose, che quando sono trascurate si ribellano e ti presentano il conto. Anche il doppio o il triplo del dovuto. La destra si compone di diversi filoni, da quello giocato sulla parte più arretrata e corriva dell’immaginario televisivo, ai rigurgiti fascistoidi, alla ventata neocorporativa localista e xenofoba. Il tutto però, ecco il punto, immerso nelle aporie della “ipermodernità”, vale a dire quell’intrico di fenomeni creati dai mercati globali, dall’economia-mondo e dalle reazioni identitarie autoreferenziali. Dalla caduta delle grandi narrazioni del novecento, piene di speranze e di utopia. Dalla crisi della produzione fordista, con i suoi apparati e con la sua classe generale, quella degli operai e dei lavoratori in genere. Dall’emersione della cultura della rete, incompresa dagli antichi schemi interpretativi classici. Dalla crescita enorme dei temi della biopolitica, dall’irruzione della vita quotidiana sulla scena, a fronte di un riformismo classico visto come parto dell’establishment.
E poi la crisi della politica, fino a sfiorare la crisi del “politico”.
Quest’ultimo aspetto è spesso sottovalutato, mentre è uno dei tratti salienti di questa stagione e spiega la nuova tipologia dell’astensionismo, una delle caratteristiche del voto. Insomma, nel percorso complesso degli ultimi anni si è consumato un fenomeno assai più profondo della crisi di una linea politica, mentre è stata messa in causa la forma stessa della politica.
Qui sta il più genuino nucleo di verità della costituente del Pd, che risponde proprio alle tendenze reali di una società che ha sostanzialmente mutato (e differenziato) il suo legame con la sfera pubblica. Ha lavorato a fondo, però, su simile contraddizione una destra trainata dal timore del “diverso” e capace di brandire la clava dell’egoismo proprietario, fomentato da più di due decenni di banalizzazione del “personale” da parte del voyeurismo di certa vecchia televisione generalista. Così come il leghismo è la risposta ai flussi e alle aporie della mondializzazione. All’indietro, facendo della sicurezza e dell’autodifesa i punti di riferimento del medioevo dell’età elettronica e informatica.
Il partito democratico raccoglie la sfida del cambiamento del vecchio modello della politica partitica e tanto riuscirà ad insediarsi socialmente quanto apparirà il riferimento di un sistema di aggregazioni diffuse: associazioni, movimenti, luoghi non formali del far politica. Non è in crisi la politica, dunque, bensì la sua struttura novecentesca. In verità, ci sono molte più cose in giro rispetto a quello che una cattiva vulgata vuole supporre. E di qui bisogna ripartire.
La sinistra non ha copyright, non è un circuito chiuso, un’assemblea permanente. E’ una soggettività da ricostruire senza steccati e senza ricadere nella tentazione di farne un “partito” classico. Il dibattito della Sinistra Arcobaleno dovrebbe tenerne conto, così come il Pd farebbe un serio errore se non si ponesse la questione della soggettività di sinistra e della sua rappresentanza.
Assume, allora, un senso nuovo e inedito la “sinistra” del Pd, al di là della ormai passata scadenza delle elezioni primarie, dove la lista di sinistra ebbe un successo persino inatteso. Serve ora un riferimento stabile strutturato, riferimento di un dibattito plurale apertosi dopo il voto politico. Anche per la sinistra vale la regola generale. Non avrebbe senso la costituzione di una “corrente” figlia di quella stessa logica. Ha senso, piuttosto, immaginare lo stesso partito democratico come fondato su di un universo variegato e plurale, in cui oltre ai circoli, ai forum, ai gruppi istituzionali vi siano associazioni e fondazioni come parte integrante del pluralismo. Una fondazione delle sinistra e per la sinistra è il possibile momento di riferimento di un itinerario (interno ed esterno) di ricostruzione di una cultura politica adeguata al tempo che viviamo.
E’ un progetto ambizioso, che richiede impegno ed umiltà di approccio, senza improbabili scorciatoie organizzative o propagandistiche. E’ in gioco la stessa ridefinizione dell’idea di sinistra, divenuta quest’ultima un ibrido incrocio linguistico, perdendo il senso profondo della tutela dei ceti più semplici e meno abbienti. Ancorata ai valori del lavoro produttivo e della ricerca intellettuale. Legata alla famiglia della sinistra europea. Laica, solidale, aperta.
Serve, insomma, un laboratorio di idee e di pratiche sociali, un “meta luogo” dove si incrocino differenze e punti i vista , sentimenti e analisi. In fretta, non c’è tempo. Le destre hanno ottenuto una vittoria, culturale prima ancora che politica. E da tutto questo dobbiamo ripartire. Prima che sia davvero troppo tardi.
La Fondazione da immaginare e costruire non è una scorciatoia, e nemmeno un alibi. Tuttavia, si avverte l’importanza di uno strumento per ridare valore all’intelligenza collettiva, e - attraverso un moderno uso della rete - a quella “connettiva”.
Il Pd andrà ad un congresso ed è necessario riprendere le fila di una fase costituente che la campagna elettorale ha inevitabilmente interrotto. Per ridare il senso al partito, in quanto aggregazione aperta, di un modo di interpretare la moderna forza riformista, di sinistra, di cui gli attori sparsi e spesso atomizzati nella società hanno bisogno.
Nella interessante riflessione di Walter Veltroni si trovano vari spunti da riprendere. Il significato di un’area della sinistra del Pd è di allargare gli stessi orizzonti della discussione, intrecciandosi con la stagione difficile e davvero inaspettata che si è aperta per l’intera sinistra italiana. Tanti anni fa il compianto Franco Fortini ci ammoniva che la realtà ogni tanto dà due sberle, che fanno male, ma servono per non rifare gli stessi errori.
Un errore da non rifare, ad esempio, è di sottovalutare il voto per i ballottaggi di domenica e lunedì prossimi. Anzi. Da lì alcuni fili possono riprendere ad annodarsi.
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