
di Vincenzo Vita (l’Unità, 24 marzo 2009)
La guerra dei trent’anni. Tanto è durata (e Non è ancora finita) la vicenda della concentrazione tv in Italia. Ne ha parlato domenica una bella puntata di Report. Severo il giudizio: tanti, troppi colpevoli, a cominciare dal tentacolare partito di Mediaset. Il centrosinistra incerto ed oscillante. Si parte dalla metà degli anni 70, quando il far west dell’etere non aveva una regolamentazione decente, per passare agli anni 80 quando si giocò un pezzo rilevante della storia politica italiana. Intorno, il Re Media Berlusconi. La sua resistibile ascesa ebbe il primo suggello nei “decreti Berlusconi” dettati da Craxi in aereo da Londra che “sanarono” la plateale illegalità dell’interconnessione nazionale delle tv del Biscione, visto che nel ’76 la Corte Costituzionale dichiarò legittime le emissioni private ma solo nell’ambito locale. Quel “federalismo radiotelevisivo” fu sbugiardato dalla Fininvest, che iniziò la sua trionfale marcia su Roma. Contro il primo decreto Berlusconi passò nella Camera dei deputati la pregiudiziale di incostituzionalità presentata dal Pci e dalla Sinistra indipendente. Ma il testo fu reiterato ugualmente. E poi la legge Mammì, il piano delle frequenze finito alla magistratura, i provvedimenti finalizzati a reggere bordone a un edificio duopolistico (Rai e Mediaset). La tv in Italia si fece persino partito, con Forza Italia, segnando il quadro istituzionale con un conflitto di interessi tale da piegare la politica all’estremismo proprietario di un imprenditore: Berlusconi e il suo doppio Confalonieri. E il centrosinistra? Nel 1997, con la legge 249, riuscì a portare a conclusione la prima riforma degna di questo nome. Si liberalizzarono le telecomunicazioni, si recepirono le direttive europee, si costruì l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, si misero le griglie antitrust. A rigore nessun privato poteva avere più di due reti nazionali. Ma la storia non è a lieto fine. La legge si sbloccò in parlamento con un compromesso linguistico. La rete “eccedente” sarebbe stata trasferita sul satellite quando lo sviluppo delle parabole fosse stato “congruo”, parola velenosa che divenne sinonimo di eterno. Berlusconi rivince nel 2001. Arriva la legge Gasparri, che straccia la sentenza del 2003, finendo sotto il mirino della Corte di giustizia che condanna l’Italia per uso improprio delle frequenze nel passaggio al digitale. Quest’ultimo diventa l’ennesimo regalo al trust. Rimane a bagnomaria Europa 7, cui furono date le concessioni, ma non le frequenze. Qual è la morale? Che nei momenti importanti non ci fu un movimento reale e chi si battè rimase solo. Furono commessi peccati, certo,mail più grosso riguarda non aver capito che la tv commerciale stava cambiando rapporti di potere e modelli culturali. Stava cambiando l’Italia.
24/03/2009