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 Disegno di Legge "Nuova disciplina del prezzo dei libri"

Il testo di cui ci accingiamo a discutere l'articolato, approvato già dalla Camera dei deputati e lungamente dibattuto nella 7a Commissione del Senato, riguarda la nuova disciplina del prezzo dei libri. È un disegno di legge - mi permetto di sottolinearlo- meritevole di attenzione e di cura. Il tema del prezzo del libro, infatti, lungi dall'essere una questione meramente economica, attiene da vicino alla salvaguardia della cultura nelle sue forme più ampie. Vale a dire, il prezzo assume un ruolo persino superiore al suo stesso oggetto, ed è quasi una metafora del tema generale della lettura. Del resto, il diavolo si incarna spesso nei particolari.

Nella celebrazione del centenario della nascita di Mc Luhan ed alla vigilia di una importantissima Fiera del libro a Torino, dobbiamo considerare finalmente il libro la parte profonda del nostro cervello. La lettura rappresenta l'unico modo per trasformare il linguaggio in pensiero ed il libro - ecco il tema - non è un medium tra gli altri o come gli altri; è in un certo senso l'identità medesima della conoscenza. Non morirà mai, neppure nell'era di Internet e della rete. Senza libri verrebbe meno l'essenza stessa dell'umanità. Ecco perché parlare del libro, ancorché assunto da una specifica finestra, quella del prezzo - ci arriveremo tra poco - vuol dire segnalare il grado di civiltà dell'Italia nel villaggio globale.

Il libro è l'io conoscente, che si reifica in quella tavoletta - il nostro angolo visuale - che ha accompagnato le diverse stagioni della comunicazione. Intitolata in diverse maniere, la radice etimologica della parola libro è legata proprio all'oggetto fisico, il supporto per la scrittura. Dopo le lunghe stagioni delle culture orali, ecco il libro, che diventa il modo di essere del nostro pensiero.

L'UNESCO suggerisce una definizione di libro quale «pubblicazione a stampa, non periodica, di almeno 49 pagine», nella quale compaiono elementi esterni rispetto alla pura considerazione del supporto, come i concetti di pubblicazione e periodicità. D'altro canto, uno studioso importante, Gino Roncaglia, ne «La quarta rivoluzione», ci dice che il libro da oggetto fisico diviene «un oggetto testuale astratto». Il libro rimane libro anche nella stagione del grande mutamento tecnologico.

Non è quindi una struttura fisica; è un concetto più profondo: la coscienza intellettuale. Così anche la libreria, che è il sottotesto di questo testo che vogliamo valorizzare, è in un certo senso il tempio laico dei saperi. Attorno alla nuova biblioteca digitale si gioca - come sapete è in atto un dibattito internazionale - la più colossale guerra simbolica del nostro tempo, ivi compreso il nuovo concetto di proprietà intellettuale o copyright. I libri sono un bene comune. Non appartengono alla versione «mercatista» del mercato, da leggere - questo ultimo - con occhiali molto diversi quando si parla di un bene particolare come la lettura. Ecco perché sentiamo l'esigenza, come è stato nel passaggio alla Camera nel testo che ha come primo firmatario il collega Levi, di legiferare anche sul prezzo del libro. Non solo, quella che esaminiamo è una sequenza di una riforma più ampia, cui davvero con spirito unitario rinviamo per una più compiuta iniziativa attorno al tema così cruciale dei nostri saperi.

Il futuro si gioca anche qui e se il libro ci sarà saremo meno colonia televisiva e più luogo emancipato, perché i libri sono plurali; c'è una varietà che l'omologazione del tubo catodico, ora digitale, non ci assicura. Nell'era dei tagli alla, nella e della cultura, guai alla morte in diretta delle case editrici di minori dimensioni o delle librerie non legate ai maggiori gruppi! Sarebbe la fine non già del libro vecchio stile, sussunto da quello on line. Al contrario, sarebbe il falò, come in Fahrenheit 451, dei messaggi e dei contenuti, essenziali anche per qualsiasi processo tecnologico. I contenuti digitali non sono meno importanti, anzi, forse più ancora di quelli dell'altra stagione. Raymond Williams ci ammonì nel 1974, dicendo che pure il libro è tecnologia e forma culturale e, oggi, ciò vale ancora di più. Fu così nell'epoca dei papiri degli e incunaboli, ma lo è nell'epoca dei «Wreader», i nativi digitali che sono insieme lettori e scrittori della rete.

Gutenberg, Marx e tanti pensatori ci hanno ammonito sull'innovazione tecnologica e il suo valore, così come numerosi studiosi - riassumo velocemente - ci hanno però spiegato - da Bolter e Grusin sulla "rimediazione" a Fidler sulla trasformazione e la "mediamorfosi" dei mezzi di comunicazione - che il libro non muore, ma si trasforma e si rimedia con l'innovazione tecnologica. La sua essenza rimane ancora più significativa, tant'è vero che in un recente volume molto gradevole Jean Claude Carrière e Umberto Eco ci hanno detto: «Non sperate di liberarvi dei libri. Il libro si appresta a fare la sua rivoluzione tecnologica, ma ci troviamo di fronte - aggiungono - a uno strumento che per quante mutazioni abbia subito» e per quante ne subirà - aggiungiamo noi - «si è comunque mostrato di una straordinaria fedeltà a se stesso. Il libro appare a tutti noi una sorta di "ruota del sapere e dell'immaginario" che le rivoluzioni tecnologiche annunciate o temute non elimineranno».

Se veniamo ora al senso di questo testo ci sono però dei guai in vista. John Makinson, amministratore delegato della Penguin, che nel corso della conferenza di presentazione dei nuovi titoli per iPad, utilizzò - anzi, si lasciò sfuggire - il termine «consumatori» invece di «lettori». L'uso del termine è emblematico e significativo. Siamo di fronte ad una scelta: se i libri sono solo merce da consumare, allora evviva un libero mercato senza alcuna regola; se sono un bene culturale importante, qualche punto va messo in questo mercato, ancorché in modo regolato democraticamente e sapiente.

Tra l'altro, l'Italia condivide con Grecia e Portogallo un triste primato europeo: il più basso indice di consumi culturali. Dai musei ai teatri, dai giornali e libri, molti degli italiani - stregati dalla televisione o dal cellulare - si distinguono per difetto.

Dai dati forniti dall'Associazione italiana editori (AIE) emerge che i lettori da più di 12 libri l'anno, i cosiddetti lettori forti, sono solo il 6,9 per cento del totale e si concentrano, tra l'altro, prevalentemente al Nord.

La spesa mensile è di meno di 5 euro, meno di 1,50 euro per i libri per bambini e ragazzi da 0 a 14 anni, periodo in cui si gioca il futuro delle giovani generazioni. Un libro per bambini costa mediamente tra i 10 e i 15 euro. Inoltre, la spesa per l'acquisto di libri da parte delle biblioteche pubbliche, altro punto dolente, è scesa dai 65,5 milioni di euro del 2005 ai 48 milioni di euro del 2008; nella nostra Italia così avanzata, ci sono ancora 691 Comuni, a 150 anni dall'unità d'Italia, con più di 10.000 abitanti totalmente privi di emeroteche aperte alla popolazione, lasciando senza questo strumento il 21,3 per cento della popolazione italiana, dunque quasi 13 milioni di esseri umani, soprattutto nel Mezzogiorno. Certo, ci sono poi anche biblioteche di eccellenza che hanno a disposizione oltre 10.000 volumi, ma le librerie sono spesso rare e non sempre aperte al pubblico.

Tuttavia, non manca anche qualche spiraglio di ottimismo: dal rapporto annuale del 2010 sui consumi mediatici dell'Istituto di studi sociali CENSIS si evince che tra i giovani il numero dei lettori aumenta, anche se di poco, passando dal 74,1 per cento al 75,4 per cento. È un trend importante che si unisce in quell'età ad un certo crollo del consumo televisivo classico e generalista.

Ecco, dunque, che bisogna innanzitutto promuovere la lettura, le lettrici e i lettori, oltre che la produzione culturale ed editoriale. È un particolare quello di cui ci si occupa oggi, ma è un particolare per così dire generale, perché intorno a tale vicenda si gioca una partita davvero più grande. In tutta Europa, del resto, così è stato.

Già nel 1981, in Francia, veniva promulgata la legge Lang sul prezzo unico del libro, che in qualche modo assomiglia da vicino al testo oggi proposto all'esame e all'approvazione dell'Assemblea. Lo scopo era proprio quello di evitare di fare del libro un mero fenomeno commerciale, soggetto a rincari che avrebbero messo i librai in una condizione di inferiorità rispetto alla grande distribuzione. In quell'occasione fu - dunque - immaginato un tetto massimo dello sconto del 5 per cento. Negli ultimi anni si è svolta in vari Paesi un'ampia discussione, fino ad arrivare a concepire una media ponderata del 15 per cento di sconto, che tra l'altro è il limite anche da noi suggerito con riferimento al testo mutuato dalla Camera dei deputati.

Tra l'altro, a dimostrazione che mettere un tetto, ancorché molto definito e non esagerato, è importante, valga l'esempio al contrario del Regno Unito e dell'Irlanda in cui una - a nostro modo di vedere - dissennata liberalizzazione selvaggia non ha portato ad un aumento del consumo culturale, bensì anzi ad una riduzione netta del numero delle lettrici e dei lettori.

Poi ci sono casi ancora più virtuosi. In Germania, ad esempio, pur non praticando alcuno sconto, la vendita e la lettura si difendono molto bene nella dieta mediatica. In ogni caso, considerando quanto accade nel Regno Unito e in Germania, si è giunti a supporre che la percentuale di sconto del 15 per cento rappresentasse un punto di equilibrio, un doveroso compromesso tra una politica pubblica ed un giusto riconoscimento al mercato e del mercato.

Altrettanto si può dire del tetto alle vendite promozionali, un altro elemento importante per garantire che il sacrosanto diritto dei consumatori a poter comprare un libro ad un prezzo inferiore del prezzo di copertina non si traduca in una distruzione effettiva dei tanti straordinari punti di vendita diffusi nel nostro Paese o delle case editrici medie e piccole che - concludo questa parte dell'intervento con una riflessione assai breve ma molto sentita - poi sono quelle che fanno la cultura italiana.

Se andate in qualsiasi libreria e scorrete i titoli dei libri che desiderate leggere, vi sfido a non vedere che sono proprio le case editrici, sia medie sia piccole, a pubblicare i più grandi autori ed autrici che poi leggiamo. Se venisse meno la produzione culturale, se dovessero chiudere le librerie - è il rischio incombente - di fronte all'arrivo dei grandi ipermercati, oppure se non si dà una regolamentazione e ci si limita a subire la vendita online, quindi in rete, su grandi colossi come Amazon, vedremo sparire una parte qualitativa della cultura italiana, della cultura migliore del villaggio globale.

Per questo motivo è importante il testo al nostro esame. Non si tratta di dirigismo o di statalismo. Al contrario, è un modo per favorire quella parte di mercato che non ha le stesse regole delle merci qualsiasi, in quanto attiene alla nostra coscienza più profonda, all'essere cittadini. Se si è più colti, si è più cittadini. Se si legge di più, finalmente l'Italia avrà un peso maggiore di quello che dice il suo PIL.

Vincenzo Vita

 

02/03/2011

 

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Commenti
#1 Che legge stolta... (08/03/2011)

Scritto da: Domenico Magnisi

Sono uno degli italiani da più di 12 libri all'anno...
Avete fatto una legge contro la mia di cultura, che ora verrà impoverita del 15%, vi ringrazio.
Vorrà dire che comprerò libri in lingua su Amazon.fr o Amazon.co.uk o Abebooks o play.co.uk... E magari Amazon.de inizierà a vendere tomi italiani, mentre qui continueremo ad impoverire il paese e a tagliare le gambe ad aziende serie che potrebbero fronteggiare la concorrenza europea...
Oramai le spese di spedizione dall'UE sono uguali a quelle su suolo italiano. questo "problema" come lo risolviamo?
Alziamo anche quelle?
La prossima idea geniale salva-cultura potrebbe essere eliminare le biblioteche pubbliche per difendere i piccoli librai!

Sarei curioso di sapere quanti libri/anno leggono i senatori della mia repubblica. E le assicuro che quel "mia" non m'è mai pesato tanto dirlo...