Relazione di minoranza del Sen. Vita al decreto Bondi

Vincenzo Vita Vincenzo Vita Vincenzo Vita Vincenzo Vita
Legge bavaglio

Ddl Alfano: "È un testo vergogna" - Vincenzo Vita (PD) - Teatro dell'Angelo

Relazione di minoranza del Sen. Vita al decreto Bondi

Un decreto stonato, il n. 64 del 30 aprile 2010. Un decreto anticostituzionale e abnorme. Dopo un dibattito durato molte settimane in seno alla 7ª Commissione del Senato e concluso da una risoluzione unitaria del 18 marzo 2009, era ovvio immaginare che si partisse da lì. No. Il governo ha scelto la strada della decretazione d’urgenza, benché la situazione delle fondazioni lirico-sinfoniche sia assai migliore di quella che formalmente appare. Basti pensare ai bilanci delle fondazioni medesime: come è possibile che, quando che in una città cambia il sindaco, e a sua volta quest’ultimo muta il sovrintendente, si scoprano alcuni milioni di euro di passivo? L'ultimo esempio è stato quello del Teatro dell’Opera di Roma, che per circa un decennio è stata considerata una struttura virtuosa, con tanto di premio da parte della Corte dei conti. Arrivato il sindaco Alemanno, appare all’improvviso il buco, come già successo a Palermo, a Firenze, e così via. O, ecco un’altra forzatura, si sottolinea che la maggior parte del finanziamento pubblico è destinata al costo del lavoro - tra l’altro non siamo nel territorio del lavoro intellettuale? - ma non è una normale disquisizione nei tempi della crisi. C’è un surplus polemico, quasi una resa dei conti nei riguardi di un universo considerato - pur nell’era della conoscenza e dell’informazione - un luogo non omologato, non controllabile, persino sovversivo. Si guardi la brutalità dei tagli apportati all’intera filiera dei saperi, a cominciare dal decreto n. 112 del luglio 2008, per procedere con il complesso delle scelte fatte dalla destra in due anni. O la furia iconoclasta con cui il testo si abbatte contro i contratti delle lavoratrici e dei lavoratori, quando proprio dalla lettura dei dati risulta che il costo del lavoro è diminuito negli ultimi cinque anni; o contro le piante organiche. E l’orario non è - come dichiarato dal ministro Bondi in un’intervista a ‘La Stampa’ nel 2008 - di sedici ore settimanali, bensì di ventiquattro. Nello stesso periodo del 2008, l’Orchestra sinfonica di Montecarlo bandiva un concorso per violino di fila, con un compenso, attribuito al nuovo entrante a zero anzianità, superiore ad una prima parte dell’Opera di Roma al massimo dell’anzianità. Insomma, perché allora un decreto tanto sbagliato quanto assurdo e astorico, che confligge con una buona politica culturale e persino con il buon senso di un’Italia che ha ancora una fortissima riconoscibilità nel mondo per la musica, l'opera, il cinema, il teatro, la danza, il balletto? Mentre la lingua italiana miete successi clamorosi all’estero proprio per le arie d’opera, come mai un simile scenario, con la scure che si abbatte sull’insieme delle agenzie formative, dalla scuola, all’università, alla ricerca, al fondo unico per lo spettacolo, ai beni culturali, all’editoria? Per di più intrecciandosi al bavaglio messo sull’informazione. Perché tagli e bavagli alla libertà di comunicare e di conoscere? Si vuole impedire di parlare e, anche, di cantare? Non sembri una battuta. Voi, cittadini del villaggio globale, che amate la musica dal vivo, sappiate, inoltre, che, a causa del previsto taglio sulle trasferte, rischiate di non sentire più Aida, Traviata, Tosca, Bohème o Turandot. L’eccesso di zelo, insieme drammatico e grottesco, ha forse un’origine profonda, la stessa che ha portato, nella manovra economica, a sciogliere d’ufficio l’ente teatrale italiano (Eti) e a tagliare della metà i contributi agli enti culturali o, di nuovo, il fondo dell'editoria. Nell’epoca del capitalismo informazionale e cognitivo, come ci dice la riflessione più aggiornata, i beni immateriali non sono meno importanti di quelli materiali. E la conquista delle coscienze e dell’immaginario collettivo è la vera posta in gioco della stagione che stiamo vivendo. La destra al governo usa le armate mediatiche della televisione generalista, di cui - grazie all’irrisolto conflitto d'interessi - ha il predominio assoluto, per omologare il pensiero e trasformare i cittadini in pubblico, mera audience da sollecitare con programmi e format studiati per abbassare i livelli di acculturazione e di capacità critica. Cultura e saperi sono la nuova linfa dell’era digitale e cognitiva: di qui l’occupazione simbolicamente violenta di quei territori, troppo ‘infedeli’ per la destra, troppo ‘sovversivi’ per la stagione de “L’isola dei famosi”. Dei semi-eroi della società post-mediatica. Eppure, l’Italia ha la fortuna di avere dei veri e propri tesori che chiunque ci invidia. Nomi straordinari da Pollini a Sinopoli , da Morricone a Abbado, da Ughi a Muti sono così apprezzati da essere entrati nel mito, o nella speranza di migliaia di giovani, dall’Europa al Venezuela; così come il balletto di Carla Fracci o ancora le rappresentazioni di Puccini, Rossini, Donizetti, Verdi o Bellini. Eppure, c’è una tenace resistenza, come si vede dal sorpasso degli spettatori dello spettacolo dal vivo sui paganti degli stadi, o dal successo della rete in tutte le generazioni. O dalle file impressionanti per visitare una mostra. Da ultimo, il caso davvero clamoroso del Caravaggio alle Scuderie del Quirinale. A due passi dal palazzo del Presidente della Repubblica, che mostra una inesauribile sensibilità verso la cultura, essendo garante della Carta costituzionale, la quale dedica uno specifico articolo proprio alla cultura. Guai, dunque, al lavoro intellettuale, troppo irregolare per piacere all’attuale potere politico, economico e mediatico. Meglio diradarlo, condannando addetti ed orchestrali al precariato o alla fuga all’estero. Se non è così, siamo ben lieti di poter ammettere di avere sbagliato, ma nulla è avvenuto finora che ci potesse far cambiare opinione. Si era proposto al Ministro Bondi di ritirare il decreto e di trasformarlo in un disegno di legge, che riprendesse i punti essenziali della risoluzione della commissione e avesse le sembianze di una effettiva riforma, in grado di rimettere mano agli aspetti superati e carenti del decreto legislativo n. 367 del 1996 istitutivo delle fondazioni in luogo dei vecchi enti lirici, nonché di aggiornare finalmente l’unica legge di settore: la n.800 del 1967, quando ancora c’erano i Beatles. Neppure ci ha permesso di mutare il nostro atteggiamento di forte contrarietà ad un articolato sbagliato persino nella titolazione (‘disposizioni urgenti in materia di spettacolo e attività culturali’ -?!) il lungo dibattito avvenuto in commissione (cinquanta emendamenti passati), ancorché assai approfondito e non privo di sforzi di confronto da parte del relatore di maggioranza, sen Asciutti. Ma, tanto rumore per (quasi) nulla. Infatti, se si fa eccezione per il doveroso stralcio dell’articolo 5 su Cinecittà, pere la riduzione dal cinquanta al cinque per cento del contratto integrativo, per l’anticipo alla fine del 2011 - un anno di meno - del blocco del turn over, per l’aumento dal 15% al 30% delle possibili assunzioni a tempo determinato, i punti di sostanza non sono cambiati. A cominciare proprio dal combinato disposto tra gli articoli 2 e 3, i quali mettono mano in modo autoritario alla libertà negoziale tra le parti. O dall'emarginazione del discorso normativo di Regioni ed enti locali. Tagli sullo sfondo, blocco del lavoro, prepensionamento e/o licenziamento di ballerini e tersicorei, commissariamento attraverso il controllo di ben due ministeri più la presidenza del consiglio dell’istituto mutualistico degli artisti (IMAIE, l'unico argomento effettivamente urgente), nonché numerose altre aporie ci hanno spinto a depositare in aula più di trecentocinquanta emendamenti, in una battaglia di opposizione che ci ha visto insieme all’Italia dei valori e in sintonia con la mobilitazione straordinaria e capillare delle organizzazioni sindacali, unite alle associazioni, raggruppate sotto la sigla “Movem09”. Andremo fino in fondo, perché sappiamo quanto sia giusto e storicamente necessario il nostro impegno, contro un certo “senso comune”, che Gramsci ci ammoniva essere spesso subalterno verso il potere, da trasformare invece in un nuovo senso comune: di un paese evoluto e libero. Fondato sul passaggio dall’idea novecentesca dell’intervento pubblico a quella ben più attuale della valorizzazione dei beni comuni, in cui la musica ha il posto primario e autorevole che le compete, sottolineato - ad esempio -tanto dalla cultura classica di Adorno quanto da quella un po’ situazionista di Jimmy Hendrix. L'armonia realizzata sul piano artistico deve, dunque, sempre contenere un elemento di protesta nei confronti della realtà esistente e una dimensione utopica, come 'promessa di felicità' futura, secondo una definizione di Stendhal. Tra le arti, quella meno caratterizzata da contenuti rappresentativi è proprio la musica, la quale appare dunque, agli occhi di Adorno, come la più idonea ad esprimere, nella sua indeterminatezza, ciò che è altro rispetto alla situazione presente. Del resto, nessun medium, nuovo che sia, potrà mai fare a meno della musica, che ha attraversato 1700 generazioni di linguaggi delle culture tribali e orali, 300 generazioni della scrittura, l’attuale era digitale, quasi prefigurandola con le intuizioni di John Cage o di Luciano Berio. Ecco perché va sfatata l’idea iniqua e penosa che la produzione di musica e di balletto sia una spesa e non un investimento, anche etico. Il governo francese investe nella sola Opéra de Paris 105 milioni di euro l’anno a fronte del governo Berlusconi, che per tutto il settore dello spettacolo (opera, teatro, musica, danza, cinema, spettacoli viaggianti…), per il 2010 ha stanziato poco più di 400 milioni di euro e per il 2011 ha previsto soltanto 311 milioni di euro. La riduzione drastica del fondo unico per lo spettacolo (FUS), rispetto all’ultimo incremento apportato dall’ultimo governo di centrosinistra, dove aveva raggiunto una dotazione di 444 milioni di euro per il 2007, di 544 milioni di euro per il 2008 e il 2009 e di 611 milioni di euro per il 2010, accompagnata da una scarsa valorizzazione delle nostre eccellenze culturali da parte del Ministro per i beni e le attività culturali, rappresentano una politica orientata soprattutto a contrastare le spese di mantenimento degli enti che, secondo i dati del ministero, assorbono circa il settanta per cento del finanziamento pubblico. Non si tiene, invece, conto di ciò che “l’economia politica dell’arte e della cultura” definisce un fattore di investimento e non di spesa. Tra l’altro, l’output che l’investimento culturale può innescare non si limita a creare un, pur virtuoso, flusso di denaro. Vi sono beni e servizi che non possono essere suscettibili di una valutazione meramente monetaria, il cui valore è per definizione considerato intangibile. Dall'Europa, dall'Unesco, dalle Nazioni Unite. Attraverso l’investimento in attività culturali si aumenta il livello intellettuale del capitale sociale che vive di relazioni, interscambio di conoscenze e di cooperazione. Aumenta il tasso di civiltà. Numerosi studi dimostrano che, laddove vi è maggiore investimento in cultura, diminuisce la criminalità, aumentano la qualità della vita e di conseguenza la capacità stessa di attrarre investimenti. Del resto, Platone è chiaro nel Timeo, quando afferma che il livello di civiltà di un popolo si esprime attraverso le arti. Un esempio per tutti è il "caso Bilbao" e il cosiddetto "effetto Guggenheim". Gli analisti dell’urban resurrection ritengono, infatti, che la costruzione del museo, nel 1997, abbia guidato la rinascita della capitale basca, che solo un ventennio fa aveva un tasso di disoccupazione del 25% e una percentuale di tossicodipendenza tra le più alte in Europa. Una ricerca svolta dall’Università di Torino - “Progetto capitale culturale. Cultura motore di sviluppo 2007-2009” - sottolinea che non deve essere l’analisi costi-benefici a determinare un investimento in ambito culturale; tali investimenti devono essere sostenuti da scelte politiche, non economiche. E’ la specifica economia politica del settore culturale. D'altronde, è sufficiente dare una rapida lettura ai testi giuridici per conoscere la volontà del legislatore, il quale prescrive che i beni culturali siano dapprima conservati e tutelati (il che comporta ovviamente dei costi), in seguito valorizzati (e qui subentra una matrice più economica e redditizia) in funzione della fruizione collettiva, ossia il miglioramento della qualità della vita e del livello d'istruzione, di consapevolezza critica della comunità. E' la versione aggiornata dei diritti di cittadinanza. Il settore culturale non è semplicemente un luogo di allocazione delle risorse, ma può generare attività economica, ricchezza privata e collettiva, ricadute positive in grado di ricadere su aree geografiche estese. E le stesse fondazioni lirico-sinfoniche ne sono un esempio positivo, toccando gran parte del territorio nazionale. Insomma, la cultura ha una funzione "anticiclica". Infatti, proprio in tempi di crisi, la Germania - a fronte di una finanziaria di 80 miliardi di euro in quattro anni - invece di tagliare, ha scelto di investire in cultura. Per la sola capitale Berlino, l’investimento è di 350 milioni di euro. In Francia, lo stato aiuta l'industria dell'audiovisivo che, nonostante la crisi, produce trecento film l'anno a fronte dei quaranta prodotti in Italia. Tra l'altro, mentre in Europa la media del Pil investito in cultura è intorno all’1 per cento, con questa manovra e questi tagli, il governo Berlusconi ha portato in Italia la quota pil investita in cultura allo 0,21 per cento (dato purtroppo reale se i tagli saranno confermati). A parte le altre considerazione, il decreto-legge n. 64, concentrandosi fondamentalmente sul fattore costo-spesa, ha tralasciato, dunque, l’importanza straordinaria del patrimonio artistico culturale, fiore all’occhiello dell’Italia all’estero, creando, in tal modo, il rischio di far morire lo spettacolo dal vivo più colto e avanzato. E’ da diversi anni, ormai, che il settore dello spettacolo e il settore lirico-sinfonico chiedono una riforma per stabilire nuove regole per il riordino dell’attività. Le mutate condizioni, nelle quali le fondazioni si trovano oggi ad operare - rispetto all’entrata in vigore del citato decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367, che dispose la trasformazione degli enti lirici in fondazioni di diritto privato - portano a dover rivedere la trama legislativa. Una legge serviva e serve, non un decreto. La centralità del finanziamento pubblico (presupposto base del decreto legislativo n. 367 del 1996 ) è venuta meno, facendo seguito all’andamento decrescente del fondo unico per lo spettacolo, senza che a ciò corrispondesse un’adeguata incentivazione della partecipazione dei privati attraverso la defiscalizzazione del loro contributo. Il governo, poi, nell’ambito della riforma del settore, dovrebbe portare avanti accordi di programma con le Regioni e i Comuni sede dei teatri. Lo Stato, nell’accordo eventuale, finanzierebbe il contratto collettivo di lavoro del personale dipendente nel rispetto degli organici approvati nel 1996 e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, firmati dal Ministro per i beni e le attività culturali e dall’allora Ministro del tesoro. L’intervento dello Stato va visto come spesa d’investimento. La spesa corrente per scritture, l’acquisizione dei beni di servizi, dipenderanno dalle decisioni del consiglio d’amministrazione di ogni teatro, che dovrà coprire i costi e occuparsi del pareggio di bilancio. Antonio Ghiringhelli, sovrintendente del teatro la Scala, già negli anni cinquanta, sosteneva la tesi del finanziamento del costo del lavoro a carico dello Stato, mentre l’altra quota a carico del teatro. Ecco perché risulta fondamentale il ruolo del Consiglio d’amministrazione delineato dall’emendamento 1.6. Al comma 4 dell’art. 1 emendato si legge che “Il consiglio di amministrazione esercita le sue funzioni con l’obbligo di assicurare il pareggio di bilancio”. Per l’incentivazione della partecipazione dei privati il gruppo del partito democratico ha previsto all’emendamento 1.0.3, con l’inserimento di un nuovo articolo 1-bis, il credito d’imposta in favore delle imprese per investimenti nella produzione in ambito lirico-sinfonico e all’emendamento 1.0.4 le erogazioni liberali a favore di fondazioni lirico-sinfoniche. Inoltre, resta fondamentale la conoscenza nel triennio della quota FUS per le fondazioni: l’emendamento 1.0.2 indica dei criteri (quali produttività, numero di spettatori, equilibrio del bilancio) in base ai quali il 10 per cento della quota del fondo destinata alle fondazioni, viene elargito come premio a quelle più virtuose. Per quanto concerne l’art. 3 del decreto n. 64, per come formulato, andrebbe immediatamente soppresso. La protesta dell’opposizione si esplica fortemente nell’emendamento 3.310, che sostituisce al comma 4 dell’art. 3 le parole “50 per cento” con “l’un per cento” in riferimento ai tagli che il Ministro Bondi intende apportare al trattamento economico aggiuntivo. L’articolo 3 del decreto, così come formulato, mina le basi della contrattazione collettiva, del ruolo dei sindacati e dei concorsi pubblici. Il gruppo del partito democratico sostituisce il comma 5 del suddetto articolo, dando facoltà alle fondazioni lirico-sinfoniche di procedere ad assunzioni a tempo indeterminato previa autorizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali, che verifica le compatibilità di bilancio della Fondazione. Per le assunzioni a tempo determinato le fondazioni lirico-sinfoniche possono avvalersi delle tipologie contrattuali disciplinate dal decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, previa regolamentazione da stabilire tra le parti attraverso il contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL). Importante l’emendamento concernente l’età pensionabile dei tersicorei e dei ballerini (3.137) “Per i cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della presente disposizione, ai lavoratori di cui al presente comma assunti a tempo indeterminato, che hanno raggiunto o superato l’età pensionabile, è data facoltà di esercitare opzione, rinnovabile annualmente, per restare in servizio. Tale opzione deve essere esercitata attraverso formale istanza da presentare all’ENPALS entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione o almeno tre mesi prima del perfezionamento del diritto alla pensione. Ai tersicorei e ai ballerini dipendenti delle fondazioni lirico-sinfoniche, purché iscritti entro e non oltre il 31 dicembre 1995 al Fondo pensioni per i lavoratori dello spettacolo, è data facoltà di chiedere la liquidazione del trattamento di quiescenza secondo il sistema retributivo”. Notevole attenzione, da parte dell’opposizione, è stata infine posta sul nuovo IMAIE, soprattutto per quanto concerne lo sfoltimento del controllo governativo, la ricollocazione del Presidente del collegio dei revisori, che viene nominato, nel decreto-legge n. 64, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, mentre dovrebbe essere designato fra i magistrati della Corte dei conti (emendamento 7.10). Infine, il decreto porta modifiche alla legge 14 agosto 1967 n. 800. L’emendamento 8.7 fa sì che restino in vigore gli articoli fondamentali della legge. Vecchia, ma da superare con una nuova riforma, non neutralizzandola con abrogazioni "chirurgiche", così come previste all'articolo 8. Insomma, Presidente, Governo, colleghe e colleghi. Ci stiamo incamminando su di una strada perigliosa per la nostra stessa identità collettiva. Guardiamo alla gravità del testo e ai rischi del contesto. Non c'è luce, non c'è speranza. Dobbiamo riconsegnare il loro futuro agli italiani, a cominciare dalle generazioni "native digitali", attratte proprio dalla musica: linguaggio universale e pacifico. Ma arrivano, invece, solo tagli e bavagli. Tra un po’, signor Ministro cui piace la poesia, non ci sarà proprio più niente da eliminare. Sembra di rileggere il dialogo tra Hamm e Clov di “Finale di partita”di Beckett: “Ci sono tante cose terribili.” “No, no, non ce ne sono più tante.”