Serve il '68

Vincenzo Vita Vincenzo Vita Vincenzo Vita Vincenzo Vita

Serve il '68

Cultura, serve il '68

DI VINCENZO VITA

Il bravo e tenace ministro Bray, titolare del dicastero dei beni e delle attività culturali e del turismo, non faccia quello che preconizzò un illustre leader di un'altra epoca, vale a dire «un passo avanti e due indietro». Non lo meriterebbe e non sarebbe giusto. Stiamo parlando del valore e dei limiti del decreto-legge dell'agosto 2013, obiettivamente il primo provvedimento di respiro in materia culturale. Dopo anni allucinanti, per la malvagità dei tagli da macelleria al Fondo unico dello spettacolo e all'insieme degli istituti appartenenti alla sfera dei beni immateriali, torna un po' di luce. Il testo è in discussione proprio in questi giorni al Senato e il tempo per l'approvazione scade nella prima metà di ottobre.

Il «passo avanti» è chiaro, dunque. Si ricomincia a considerare la cultura non come un fardello ingombrante o una mera spesa improduttiva, bensì un investimento fondamentale. Infatti, diventa stabile la misura del «tax credit» a favore del cinema, strumento di incentivazione fiscale dimostratosi utile e significativo tanto che dovrebbe essere esteso all'intero settore audiovisivo. Del resto, il cinema italiano - si è visto a Venezia - non manca di talento, ma ha bisogno di un sostegno reale. Come pure la fiction, dove può essere riaperta la stagione dell'impegno narrativo di qualità. Così, l'avvio di un intervento per dare spazio ai giovani musicisti; lo scongelamento della burocrazia davvero in eccesso nelle iniziative dello spettacolo dal vivo; la prosecuzione della digitalizzazione del patrimonio culturale; il progetto «500 giovani per la cultura». Una luce nelle tenebre in cui il berlusconismo diffuso ha gettato - con tante complicità - il lavoro intellettuale. Scomodo e non omologato, dissonante rispetto all'opera di de-alfabetizzazione indispensabile per il passaggio all'era post-democratica. E sì, perché i filoni autoritari che volteggiano nell'aria richiedono innanzitutto la lesione del diritto a fare ed avere cultura. Una spruzzata controcorrente. Naturalmente, ministro Bray, vada anche Lei su qualche tetto, perché le risorse sono troppo poche e le delusioni diventano cocenti se le promesse non riescono ad essere mantenute.

E i «due passi indietro»? Intanto, il latinorum dell'articolo 1, dedicato alla vicenda di Pompei. Attenzione. Qui c'è l'attenuante di una situazione assurda dove anche un collettivo di premi Nobel probabilmente sbaglierebbe. Tuttavia, che necessità c'è di immettere nell'arcipelago fitto e fragile delle competenze di un ministero che esigerebbe se mai una revisione strutturale (perenne dibattito) la figura del «responsabile unico della realizzazione del Grande Progetto e del programma straordinario»? Ruoli che si sovrappongono alla fine si elidono. I professionisti seri (e ce ne sono) si demotivano, e così via. Il ministero (e il ministro) stesso si svilisce. Forse un ripensamento è utile.

Dove, invece, serve, ben di più di un ritocco il complesso articolato sul risanamento delle fondazioni lirico-sinfoniche. Già il contestatissimo decreto dell'allora ministro Bondi del 2010 aveva inferto colpi bestiali ad un comparto ricco di eccellenze invidiate in tutto il mondo. Ora si arriva alla cura che potrebbe uccidere il malato. Il risanamento è presunto, viste diverse norme simili alle terapie d'urto che risolvono le crisi togliendo di mezzo il problema. Eppoi, pure nell'articolo 11 si affaccia la figura del «commissario straordinario del governo», che si potrebbe sospettare abbia un nome e un cognome. E il ministero? No. L'edificio positivo del decreto si macchia in modo indelebile con una parte che merita una riscrittura totale. O meglio sarebbe cancellare e mettere in cantiere una coraggiosa riforma di un universo che rimane legato ad una legge del 1967. Appunto, il '68 non è mai arrivato.

 

Pubblicato da "il manifesto" in data 11/09/2013

 

25/09/2013

 

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Commenti
#1 a proposito del ministro Bray (30/09/2013)

Scritto da: giancarlo de leonardis

Poco tempo fà ho scritto su fb e sul sito della chiomaberenice.org

Caro Ministro,
GRAZIE MA NON BASTA
un plauso al suo impegno nel ripristinare il TAX CREDIT per il cinema, lodevole, grazie, ma non basta.

Questa lettera aperta è scritta da un parrucchiere cinematografico con cinquanta anni di lavoro alle spalle e aver partecipato alla realizzazione di oltre 145 film, ma potrebbe essere scritta da: un macchinista, uno scenografo, un costumista, un direttore delle luci, un aiuto regista e perfino da un regista, pertanto la prego di concedermi la sua attenzione, badi bene, non è la solita richiesta di fondi per questo settore, è qualcosa di più incisivo per il rilancio del cinema italiano e delle conseguenze che questo poliedrico mezzo rappresenta, diffondendo l’immagine dell’Italia in tutto il mondo, perché me né darà atto che il cinema italiano prodotto negli anni 50/60/70/80 è stato fautore del rilancio: turistico, industriale, commerciale e artistico del nostro bel paese.

È solo prendendo in considerazione questa prerogativa che il cinema diventa fondamentale per il sistema paese e quindi necessario, ci tengo a sottolinearlo, produrre buon cinema è necessario non solo agli addetti ai lavori, è utile e necessario a tutta la locomotiva Italia.

Inoltre, per conservare un patrimonio tecnico e artistico costruito in tanti anni, è indispensabile intervenire urgentemente, perlomeno fintanto che i vecchi professionisti capaci di realizzare un grande prodotto cinematografico sono ancora sulla scena, perché all’epoca in cui si giravano tantissimi film, quei film erano anche una palestra per imparare arti e mestieri, come possono imparare i giovani d’oggi se i grandi film si fanno solo all’estero, in Marocco, in Bulgaria e perfino negli Stati Uniti d’America? Le scuole di cinema purtroppo sono una chimera dannosa perché succhiano soldi ed energie alle famiglie senza dare un futuro ai loro figli.

Stabilito questi concetti, ora entro nel merito di questa mia perorazione. I fondi del TAX CREDIT sono necessari per garantire al cinema, la sua sopravvivenza e delle professionalità al suo interno, ecco, questo è il vero punto di questa lettera; farlo sopravvivere a se stesso serve solo a garantire che gli addetti ai lavori abbiano pane e lavoro, ma ciò che serve veramente al sistema paese, sono dei veri produttori che investono i loro soldi, ripeto dei veri produttori cinematografici che investono e rischiano dei loro capitali con l’intento di guadagnarci come è logico per una legge di mercato. Guadagni che in quegli anni arrivavano se si faceva un buon film, che sia stato una commedia all’italiana o un film denuncia, dei film storici o dei film squisitamente artistici. Questo è quanto succedeva in quegli anni in cui il cinema italiano era in espansione. Certo chiunque può blaterale che fu bello il tempo che fu, ma è l’ora di cambiare marcia per promuovere, sollecitare e incentivare il rilancio del cinema italiano, non servono altri fondi dello stato, servono leggi che incentivino i capitali a finanziarlo, che a sua volta sarà l’incentivo a promuovere di nuovo il sistema produttivo e turistico dell’Italia.

Con stima e simpatia
Giancarlo de Leonardis